Lancillotto Bracciforte, uno dei giovani capitani d' arme del marchese Pallavicino, signore di Piacenza, molto stimato per il suo valore, ebbe l'ordine dal suo signore di espugnare la Rocca di Cagnano, tenuta da Pietro di Cagnano, che ne aveva avuto l'investitura dal rettore della cattedrale di Piacenza. Lancillotto con i suoi armati partì alla volta del castello e, malgrado la disperata difesa degli assediati, riuscì a conquistarlo. Mentre il prode capitano si dirigeva verso la rocca, il ponte elevato si abbassò lentamente e dal portone uscì, seguita da alcune ancelle, una bella dama, che, fattasi incontro al cavaliere vittorioso, si inchinò davanti a lui chiedendo pietà per lei e i suoi familiari. Lancillotto colpito dalla grazia della dama, saltò dall'arcione per cavallerescamente rialzarla. Quale non fu il suo stupore nel riconoscere in lei la bella Rosania che alcuni anni prima aveva amato e che non aveva potuto fare sua sposa perchè avversato dai familiari di lei di parte guelfa! Rosania da alcuni mesi era andata sposa a Pietro Cagnano, che, dopo poco, si era dovuto portare in Val Ceno a difendere certi suoi possedimenti che gli erano stati strappati dai Lusardi. Per questo il signore di Cagnano non era stato presente alla battaglia e la conquista del castello era stata relativamente facile. Il rivedersi dei due giovani innamorati indusse Rosania a mancare ai suoi doveri di sposa; ma la vecchia fantesca Verzuvia scoprì la tresca e si ripromise di vendicarsi della bella Rosania, che non poteva soffrire. Il mattino seguente Lancillotto tornò in città con i suoi soldati, pochi prigionieri e uno scarso bottino. Rosania lo vide partire con grande angoscia, presagendo molte sventure. Il giorno di poi Pietro, avvertito da un messo partito dalla rocca prima dello scontro, tornò rapidamente al castello e gli fu facile riprenderlo uccidendo la scorta ghibellina, lasciata da Lancillotto. Qualche tempo dopo Verzuvia informò il suo signore della tresca fra Rosania e Lancillotto. Pietrone, offeso e addolorato, ideò una terribile vendetta. Infatti, con il pretesto di costruire un nascondiglio sicuro in caso di nuovi assalti, fece scavare nella roccia viva, sotto le fondamenta del castello un vano, la cui entrata doveva essere chiusa da pietrame e roccia tranne una piccola porta d'accesso ferrata. Ultimati i lavori, Pietrone da Cagnano, con una scusa, trasferì i suoi armati e il personale di servizio in altri castelli; alla Rocca erano rimasti il castellano, Verzuvia, Ceccone da Groppo, sicario fedelissimo del Cagnano e Rosania, che assisteva con sospetto a ciò che stava succedendo.
Pietrone volle che la sposa cenasse con lui e mettesse il bell'abito di raso bianco con cui era andata incontro a Lancillotto. A fine cena, fece portare un piccolo orcio di vin santo in cui aveva fatto disciogliere del sonnifero e gliene somministrò due tazze. Poco dopo la bella Rosania cadde in un sonno profondo. Ceccone da Groppo la prese e la portò nella famosa camera scavata nella roccia; quindi con il suo signore accatastò contro l'apertura ferrata macigni e terriccio sì da far scomparire ogni traccia dell ingresso. Sulla porticina Pietrone aveva scritto:
"Maledizione a chi questa porta aprirà e di Rosania pietade avrà".
Svegliati i valletti, sellati i cavalli in piena notte, Pietrone e la sua scorta si diressero verso i monti. A chi gli chiedeva di Rosania egli rispondeva che ella era partita con Verzuvia ed era andata dai suoi familiari. Nel castello rimase solo il vecchio custode, il quale in seguito affermò che dalle forre del Vezzeno saliva una voce lamentosa di pianto e invocazioni, che poi si spegneva e spergiurava che quella era l'anima della vecchia Verzuvia, qualche giorno dopo l'infausta partenza, era stata trovata sfracellata in fondo al Vezzeno, e pare anche con un pugnale nel cuore. Una tradizione popolare diceva che nelle notti tempestose e di vento dalle rocce sotto il castello saliva il lugubre lamento della bella Rosania e in qualche sera di plenilunio si vedeva vagare nella pineta una eterea figura, che svaniva e si perdeva nei riflessi argentei della luna nella chiare acque del Vezzeno: era il fantasma di Rosania che invocava il bel Lancillotto.
( Fonte: "Il Folklore piacentino" di C. Artocchini - TEP 1971 )